PSICOLOGA- CONSULENTE SESSUALE DOTT.SSA MARIA TINTO :
Intervista a Maria Tinto autrice del libro: "I ba...: Intervista a Maria Tinto autrice del libro: "I bambini non nascono cattivi"; a cura della Telegiornalista Daniela D'Angel...
Un blog aperto a chiunque vuole fermarsi a riflettere attraverso la percezione dei propri sensi, per orientare la rotta delle emozioni e poterle vivere con serenità, autenticità e unicità.
Parliamo di Emozioni della Mente
L'autrice è una appassionata di psicologia clinica e di buon senso.....ricerca l'intelligenza come stile di vita.
© Tutti i contenuti presenti all'interno di questo blog sono proprietà dell'autrice Maria Tinto e sono protetti dalla normativa sul diritto d'autore, non potranno quindi essere pubblicati, riscritti, distribuiti, commercializzati. Il download di documenti e altri tipi di files contenuti nel sito può essere eventualmente eseguito solo per un uso personale e non commerciale. Il suo eventuale utilizzo in siti web esclusivamente amatoriali presuppone che ne venga citata la fonte.
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giovedì 2 marzo 2017
Intervista a Maria Tinto autrice del libro: "I bambini
non nascono cattivi"; a cura della Telegiornalista Daniela D'Angelo :
- I bambini non nascono cattivi ... un titolo che fa riflettere.
«Certamente vuole far
riflettere, ma è anche un titolo provocatorio: i bambini non nascono cattivi,
allora vuol dire che lo diventano; ma chi o cosa può farli diventare
“cattivi”?».
- Bene, partiamo dal capire a chi si rivolge il libro.
«I bambini
non nascono cattivi è un libro che parla dell’infanzia, ma lo fa attraverso la
coppia, a partire da come nasce l’idea di avere un figlio; quindi c’è la coppia
con i propri sogni e le aspettative; aspettative anche rispetto agli stereotipi
legati al ruolo materno e paterno a cui la coppia sente di dover sottostare. Il
difficile cammino del genitore si snoda lungo un excursus che riguarda la
costruzione del ruolo genitoriale che ciascuno intende assumere; è un libro
quindi che si rivolge a tutti coloro che hanno interesse all'infanzia, perché
il messaggio primario che vuole trasmettere è quello del rispetto assoluto
verso il bambino».
- Maria tu parli anche delle difficoltà legate alla gravidanza, ma
concordo con te sul fatto che spesso la gravidanza non è vissuta in modo
positivo da una donna anzi…
«Proprio così, l’idea che una donna incinta debba
per forza di cose essere felice e assolutamente sentirsi appagata di questa sua
condizione, fa parte di quegli stereotipi sociali e soprattutto culturali
imbastiti attorno alla donna e al ruolo materno; considera che la donna è stata
storicamente valutata unicamente per il compito di madre da assolvere. Solo
recentemente, a seguito della rivoluzione sociale riferibile agli anni
sessanta, la donna ha iniziato a farsi riconoscere anche in un ruolo sociale.
La storia dell’umanità è storia scritta dagli uomini, che inevitabilmente ne
hanno dato un taglio al maschile; la figura femminile è stata mortificata,
perché non doveva esserle riconosciuto alcun merito di rilevanza sociale, ma
solo quello naturale, biologico. La donna aveva il compito di mettere al mondo
i figli, soddisfare i desideri maschili e sottomettersi silenziosamente alla
volontà dell’uomo. Questo è purtroppo ciò che fa da sfondo alla nostra storia
di donne; da questo siamo partite, quindi è evidente come ancora ci sia tanto
da lavorare per veder riconosciuto alla donna dignità e rispetto in senso
assoluto; è difficile e complesso scardinare un substrato ideologico radicato
nella nostra cultura da millenni. Purtroppo anche da parte delle donne non è
ancora forte il senso di identità femminile, le donne fanno fatica ad
affermarsi nel privato quanto nel sociale».
- Tu segui molto la questione del
femminicidio e la violenza familiare assistita da parte dei bambini: anche nel
libro c’è una parte dedicata a questi argomenti così importanti.
«Sono anni che
mi occupo di violenza di genere, organizzo convegni e conferenze per
sensibilizzare soprattutto le donne. Vedi Daniela, mi sono resa conto, dopo
anni di studio e di ricerca, che la violenza di genere bisogna scardinarla
dalla mente degli uomini, facendo un lavoro di cesello, partendo proprio dalle
donne, dal loro modo di essere madri e dal loro modo di impostare il rapporto
con un uomo. Usare un linguaggio che non sia “di genere” è fondamentale,
soprattutto da parte delle madri con i figli. Quindi, quali parole usare con i
figli? Inoltre, sentirsi bene solo quando si ha un uomo accanto, non aiuta
l’indipendenza e il rispetto di sé. Un amore e un uomo devono essere
considerati valori aggiunti alla vita di una donna, non valori in senso
assoluto; bisogna cominciare a ricostituire una nuova modalità di stare e di
essere coppia. Il rispetto verso se stessi è la cosa primaria quando si entra
in relazione con l’altro. È il rispetto verso se stessi, che esige il rispetto
per la coppia e per la famiglia».
- E i figli?
«I figli, quando nella coppia
manca il rispetto, sono vittime inascoltate e rese invisibili da un sistema
famiglia che non li considera persone, e verso i quali non ha alcun riguardo né
attenzione. Questo è terribile per un bambino: io parlo di “dissolvenza
infantile” a definire proprio questo modo di non considerare i bambini, di
agire la violenza al loro cospetto, senza rendersi nemmeno conto del male che
in quel momento sta arrivando al bambino». -
- Quali sono i danni emotivi che un
bambino può riportare come esito della violenza familiare a cui ha assistito?
«Innanzitutto c’è da dire che un bambino che assiste alla violenza fatta ad una
persona cara, madre, fratello o sorella che sia, da parte di un congiunto,
subisce una doppia violenza. Per il fatto di essere agita da una persona di
famiglia, e per il fatto di non poter proteggere la persona cara, questo lo
pone in una condizione di sofferenza maggiore, anche perché un bambino non ha
al capacità di comprendere quello che sta succedendo. Vive le situazioni di
violenza atterrito e sopraffatto. Ma va detto che la violenza non è solo quella
fisica, i cui segni sono visibili e anche quantificabili, purtroppo esiste una
violenza che non e visibile ma che, come un veleno si insinua fino a toccare le
pieghe più nascoste dell’anima, è la violenza psicologica. Denigrazioni,
offese, gesti irriguardevoli, sguardi offensivi, sono solo alcuni elementi che
fanno parte del magma velenifero costituito dalla violenza psicologica. Un
bambino assiste impotente ed intanto assorbe su di sé la negatività violenta
che un modello distorto familiare si impone al suo sguardo. Mi chiedi dei
danni… i danni sono enormi e non quantificabili, soprattutto perché possono
manifestarsi anche a distanza di anni e assumere varie tipologie di disturbi.
Nel libro sono riportati casi di vita reale, che a distanza di anni dagli
eventi violenti, manifestano disturbi d’ansia legati al mal di vivere».
- Che
ruolo ha il padre in tutto questo?
«Questa è una domanda complessa; il ruolo
paterno è cambiato. I padri hanno bisogno di darsi una nuova connotazione
all’interno della coppia e rispetto ai figli. L’uomo ha abdicato alla propria
mascolinità e al proprio ruolo di autorevolezza familiare, in favore di
un’identità ancora da definire, che non aiuta la crescita dei figli; nel libro
c’è un intero capitolo dedicato al ruolo paterno rispetto alle nuove tecnologie
informatiche, che ne hanno minato la stabilità».
- Nel libro parli di alcune tipologie
di madri che con il loro modo di fare possono favorire l’insorgenza di disturbi
nei figli.
«Purtroppo è così: i genitori perfetti non esistono, ma spesso si
esagera nel non considerare la funzione ed il ruolo che bisogna assolvere
quando si decide di mettere al mondo un figlio. Ci sono madri che fanno male e
genitori dannosi per la crescita e lo sviluppo di un bambino, e poi c’è la
questione del tempo, un aspetto fondamentale su cui vale la pena riflettere. La
domanda che rivolgo ai genitori è: quanto del tuo tempo sei disposto a
rinunciare per tuo figlio?».
giovedì 18 agosto 2016
Quando la famiglia fa male: Genitori ipertutelanti e giustificanti
tratto dal libro : I BAMBINI NON NASCONO CATTIVI …
Aiutare i genitori a crescere i propri figli
autrice Maria Tinto
La figura che predomina in questo tipo di famiglia è senza dubbio il genitore narcisista, padre o madre, in quanto il narcisista tenderà ad evidenziare le qualità presunte del figlio, per mettere in luce, le sue stesse qualità genitoriali.
Al contrario, in queste famiglie si può ritrovare il padre e la madre frustrato/a, che attraverso il figlio vuole avere un riconoscimento sociale, un riscatto ai propri insuccessi.
Non da sottovalutare la madre soffocante, caratteristica che attiene ad una modalità materna abbastanza frequente. La madre soffocante inibirà le capacità di crescita del bambino, con la sua
spasmodica voglia di sentirsi madre e di doverlo proteggere in maniera sconsiderata.
I genitori ipertutelanti e giustificanti, mettono in atto ogni tipo di comportamento precauzionale per scongiurare eventuali pericoli in cui il bambino potrebbe imbattersi.
E’ fuori dubbio che il bambino va sempre protetto, sapendo che spesso i pericoli possono nascondersi anche in azioni apparentemente innocue, ma non bisogna impedirgli di agire e di sperimentare l’ambiente che lo circonda.
L’adulto deve mettere in atto tutte le modalità che ritiene opportune per scongiurare i rischi, ma talvolta assume comportamenti così rigidi da non permettere al bambino di fare le esperienze di cui ha bisogno, indispensabili per dare inizio al processo di autonomia e autoaffermazione.
Le esperienze che il bambino deve fare sono necessarie per la sua crescita, se l’adulto è timoroso trasmetterà le sue paure al bambino, col risultato di farlo crescere incerto nelle proprie capacità dinamiche, e insicuro nell’instaurare relazioni con i pari, impedendogli la socializzazione.
Avrà la percezione di sentirsi un passo indietro rispetto ai coetanei, di cui temerà quelle capacità e qualità che lui stesso non si riconosce.
Anche l’ipercura è una delle forme peggiori di violenza psicologica e spesso anche fisica che un bambino possa subire, perché essendo agita dalla persona che gli è più vicina, è considerata da questo indispensabile alla sua crescita e pertanto accolta e fatta propria, interiorizzata come modello esistenziale.
Per ipercura si intende una cura eccessiva che il genitore dà al figlio.
Anche la cura eccessiva può essere dannosa.
E’ una forma di abuso in cui si mettono in atto azioni che soffocano la vita quotidiana del bambino, con la somministrazione di medicamenti e indagini diagnostiche continue, paventando spettri di malattie inesistenti.
In questi casi sono le madri (circa il 98%) a mettere in atto comportamenti nocivi, che nei casi più gravi possono provocare seri danni fisici, psicologici e, spesso, letali al bambino.
L’intento è quello di attirare l’attenzione su di sé, attraverso manifestazioni di cure eccessive verso il figlio, in modo da essere considerata “una madre modello”.
Questi bambini possono presentare, anche dopo anni, difficoltà di apprendimento e di concentrazione, problemi comportamentali, assenza di relazioni sociali, problemi a livello emotivo, incubi notturni, sintomi propri del “disturbo post-traumatico da stress” e, nei casi più gravi, anche una patologia psichiatrica maggiore come un disturbo depressivo.
Talvolta è il bambino stesso a simulare la malattia per cercare, in una sorta di follia a due, di garantirsi cure e attenzioni da parte del genitore.
Specialmente quando la madre nel mostrarsi preoccupata dello stato di salute del bambino fa continue richieste di informazioni al bambino sulla presunta sintomatologia patita.
Il bambino si sentirà allora “obbligato” a mostrarsi sofferente, per assecondare le richieste materne.
Questo gioco perverso, in molti casi, porta allo sviluppo di sintomi veri nel bambino, nonostante non ci sia alcun segnale clinico che li possa motivare.
Questo gioco perverso che mettono in atto madre e figlio è difficilmente smascherabile, poiché si tratta di madri talmente informate da tener testa ai medici in modo magistrale.
In questi casi solo la segnalazione effettuata da un familiare, può arrestare la spirale pericolosa in cui la madre ha trascinato il figlio.
Ma l’iperprotezione si manifesta anche quando si cerca con ogni mezzo di spianare la strada al bambino, anticipando le sue richieste e eliminando eventuali ostacoli che potrebbero presentarsi sul suo cammino, anche in riferimento al rendimento scolastico, offrendo talvolta un aiuto eccessivo che conferma al figlio l’ incapacità di far fronte alle difficoltà autonomamente. Si rafforza l’idea nel fanciullo di non essere in grado di farcela da solo e che pertanto, avrà bisogno costantemente di aiuto per risolvere i suoi problemi.
Il figlio si sentirà sempre più incapace di potercela fare e per lui chiedere il sostegno per qualunque cosa sarà abbastanza normale.
Un tale comportamento reiterato nel tempo favorirà la crescita di una persona fragile, insicura, confusa, impreparata nel prendere decisioni, sempre alla ricerca di una stampella a cui appoggiarsi.
Ci sono anche genitori che giustificano i comportamenti negativi del bambino, avvalorandone maggiormente la condotta insolente e scorretta.
Col risultato di aumentarne l’arroganza e la prepotenza.
Il bambino sarà sempre più concentrato su se stesso ed incapace di ascoltare gli altri.
Molto spesso in questo tipo di famiglia si riscontra anche un comportamento discolpante ad oltranza verso il figlio. Siamo di fronte a genitori che giustificano le trasgressioni e le disubbidienze del bambino in ogni modo.
Il figlio ha sempre ragione, anche quando i fatti dicono il contrario.
Questo eccessivo riconoscimento di capacità, genera nel bambino atteggiamenti di prevaricazione e di prepotenza, e la conseguenza sarà di non riconoscere più nessuna autorevolezza, non solo del genitore ma anche di ogni altra forma di autorità, (insegnanti, figure professionali, etc.) mettendo in atto, col passare degli anni, atteggiamenti sempre più tesi alla deriva sociale.
Sono bambini che si credono in diritto di avere tutto ciò di cui impulsivamente sentono il bisogno.
Si comportano in modo da mettere in atto ogni tipo di azione, senza preoccuparsi delle conseguenze che questi atti possono avere per gli altri.
Seguono i loro impulsi, non riuscendo ad innescare alcuna capacità di riflessione né di gestione emotiva, questo perché non sono stati educati ad assumersi la responsabilità di quello che fanno.
La conseguenza sarà di crescere bambini arroganti che non riusciranno a stabilire relazioni socialmente accettabili con i coetanei, pensando di essere sempre un passo più avanti rispetto agli altri, di avere risorse infinite e di poter agire come credono.
I genitori si trovano, in questo modo, a crescere dei piccoli satrapi e loro stessi per primi subiscono, paradossalmente, le vessazioni dei figli, non riuscendo ad arginare le loro sempre più cospicue pretese.
Sono proprio questi bambini ad avere molte più probabilità di mettere in atto episodi di bullismo a danno dei loro coetanei, sentendosi in ogni occasione protetti dai genitori e giustificati in tutte le loro azioni, anche quelle più nefaste.
Figli cresciuti con queste modalità avranno le caratteristiche che contraddistinguono coloro che vivono la cosiddetta “adolescenza allungata”, riferendosi proprio al periodo della crescita caratterizzato dall'incapacità di progettare una vita propria e di assumersi la responsabilità di operare scelte. Il genitore che non consente al figlio di sperimentarsi nelle diverse situazioni della vita, non gli sta concedendo l’ opportunità di iniziare a comprendere i suoi limiti reali e le sue risorse, indispensabili per dare l’avvio a quel processo di crescita verso l’ emancipazione della propria persona.
Quest’atteggiamento iperprotettivo infatti, non favorendo lo sviluppo delle capacità di autonomia del bambino, può rappresentare una traccia per una personalità dipendente, sia dal punto di vista affettivo che relazionale.
Una personalità strutturata con questa modalità alterata di ricevere attenzioni, avrà come esito l’esigenza di avere sempre bisogno di qualcuno per superare il benché minimo ostacolo nella vita, ma anche di “usare” gli altri per soddisfare i propri bisogni.
Un bambino deve cadere e farsi anche male, per capire come fare per non cadere e non farsi male.
Un bambino cresciuto in questo modo non avrà la coscienza del limite, quel margine oltre il quale non bisogna andare per non invadere gli altri.
Ma non conoscerà nemmeno la demarcazione oltre la quale gli altri non devono andare, per non occupare il suo spazio interiore.
Il limite è il rispetto per se stessi e per gli altri, che si insegna attraverso la considerazione e l’accettazione della norma.
E’ il genitore che stabilisce le regole, ed è sempre il genitore che deve farle rispettare.
Regole condivise da entrambi i genitori e in alcun modo contrastanti.
Il rispetto delle regole consente al bambino di predisporsi a soddisfare anche i desideri degli altri e non solo i propri, come in una danza dove i passi si alternano e si incrociano senza mai calpestarsi.
Rispetto delle regole e rispetto dei ruoli, sono i due cardini imprescindibili per ogni genitore.
Le regole vengono fissate dai genitori e fatte rispettare dal bambino, ma è soprattutto attraverso il modello di vita che gli stessi genitori presenteranno al figlio, che favorirà la capacità di apprendere il rispetto verso se stessi e verso gli altri. I bambini non amano troppe parole, imparano osservando.
La loro lente di ingrandimento è molto più grande di quello che si possa pensare, attraverso questa lente vengono osservati i genitori in tutto quello che mettono in atto. Per un bambino gli adulti rappresentano un mondo da scoprire e dal quale imparare come fare a sopravvivere e ad acquisire le risorse per viverci bene. Ma poiché è una realtà sconosciuta il bambino deve anche imparare il modo con cui potersi difendere, pertanto egli è attento e vigile.
E’ proprio l’istinto di sopravvivenza che gli impone attenzione verso tutto ciò che è in movimento. Il bambino osserva, raccoglie ed elabora tutti gli elementi che si presentano all’interno del suo campo vitale.
Scruta la realtà che lo circonda e ne deduce considerazioni, compone la sua oggettività quotidianamente apportando i correttivi con le esperienze che egli mette in atto attraverso la percezione di ciò che lo circonda.
La sua realtà è plastica, si modifica, si corregge attraverso il suo “occhio sul mondo”. Proprio perché la realtà del bambino è in divenire e non ha una storia non può essere identica a quella degli adulti, per qualche aspetto potrà essere somigliante, ma mai identica.
Basti considerare il punto di osservazione del bambino che parte dal basso, la percezione delle cose intorno a sé ha una prospettiva, che tiene conto della sua statura. Ci si dovrebbe inginocchiare per parlare ad un bambino, mostrandosi umili davanti alla loro innocenza, anziché esercitare il potere meschino della propria superiorità.
Dott.ssa Maria Tinto
venerdì 22 luglio 2016

A proposito
di maestre….
Tempo
di esami, la scuola è finita, si va in vacanza.
Quand’ero
piccola e finiva la scuola cominciavo a piangere, sarò stata anomala già a quei
tempi, ma mentre le mie amichette erano felici, io piangevo. Lasciare la mia
maestra e le mia amichette per tutta l’estate mi atterriva.
Forse
anche perché a sei anni non si ha ben definito il senso del tempo, per cui il
futuro non esiste per un bambino, il domani è quello che succede oggi.
Ho avuto
delle brave maestre. Le ricordo ancora tutte.
La maestra
Giuseppina, claudicante, sottile, minuta, dolce, che mi accoglieva tutte le
mattine con un sorriso rassicurante.
In classe
mi sentivo bene, ero accolta dall’abbraccio del suo sorriso.
Mi elogiava
quando ero brava e scrivevo bene, e io mi sentivo “vista” da lei, considerata.
Volevo
fare sempre meglio per farla contenta, per meritarmi il suo apprezzamento.
Era anziana
e per questo l’anno dopo non la ritrovai.
Mi ci
volle un po’ di giorni per accettare la sua assenza e la nuova maestra, che faceva
di tutto per farsi piacere. Aveva un tono più severo e inizialmente mi incuteva
timore. Ma poi i suoi elogi iniziarono a darmi fiducia e a rassicurarmi. Le
piacevo, ero “vista” anche da lei e questo per me era importante.
Non era
prodiga di abbracci ma aveva un bel sorriso.
Era robusta,
probabilmente era anche questo che contribuiva a darle un piglio più
autorevole.
Imparai
a volerle bene.
Lei ad
abbracciarmi.
In terza
elementare cambiai scuola, perché ci trasferimmo in un’altra cittadina.
Non fu
facile ambientarmi con la nuova classe.
Ma aiutata
dal carattere espansivo e dalla simpatia, quand’ero piccola ero molto
divertente, facevo ridere tutta la classe con le mie battute di spirito… mi
ritrovai presto ad avere nuove amichette femmine.
Le
classi a quei tempi (1968/1972 ) erano divise tra femmine e maschi, per cui
avevo solo amichette femmine.
La nuova
maestra era una deliziosa donna single molto arguta e intelligente.
Si chiamava
Lucia, ricordo anche il cognome ma per la privacy non lo riporto.
Magrissima
nelle sue lunghe gonne plissettate, viso scarno su cui si stagliavano dei
grandi occhi neri intensi.
Autorevole
ma dolcissima. Pochi abbracci ma grandi sorrisi. Con lo sguardo comunicava il
suo apprezzamento o la sua disapprovazione.
Sono
stata molto amata dalle mie maestre e le ho amate tanto anche io.
Lasciavo
a casa mia madre e ne trovavo un’altra a scuola.
Mai una
volta le mie maestre hanno alzato la voce, ricordo i loro toni bassi e
rassicuranti.
“
Venite a scuola per imparare”, “ Se non vi è chiaro qualcosa alzate la mano”…
Ero sempre
la prima ad alzare la mano… volevo capire bene di cosa si stava parlando e non
ho mai pensato che alzando la mano, qualche compagna di classe potesse pensare
che non avevo capito per una qualche forma di deficienza… anzi, per me era un
vanto alzare quella mano, perché così facevo capire meglio anche a chi, per
timidezza o ritrosia, quella mano non la alzava.
La mia
maestra mi gratificava per aver chiesto spiegazioni e mai si mostrava seccata
di ripetere.
Che grande
la mia maestra!
Mi stava
insegnando a vivere e ancora non lo sapevo.
Mi stava
insegnando a chiedere per poter dare.
Mi stava
insegnando l’umiltà di guardare in faccia i miei limiti, per non avere paura di
nulla.
Le
maestre dei miei tempi, certamente avranno avuto anche loro mille problemi
privati da affrontare, ma era chiaro che li lasciavano fuori dal cancello della
scuola.
Ero
felice di andare a scuola, ricordo ancora vivamente quando la maestra mi diceva
che ero stata brava e tornavo a casa con un “ bravissima” sul quaderno o un “10”
scritto grande a metà foglio, quando poi c’era anche una croce accanto al dieci
allora correvo a casa ancora più felice.
Le maestre
sapevano che c’è bisogno di gratificare l’alunno per stimolarlo a fare meglio,
per accrescere e potenziare la sua autostima, che i primi anni di scuola per un
bambino sono fondamentali per la sua crescita interiore e per la sua crescita
intellettiva.
Le maestre
sapevano che gli alunni lasciano la propria mamma davanti al cancello della scuola
e hanno bisogno di ritrovare qualcuno che sappia riempire quel vuoto, perché per
un bambino è importante ritrovarsi con la propria emotività in un clima di
accettazione.
Le maestre
di un tempo erano delle “seconde mamme”, ed era bello affidarsi ai loro sorrisi,
ti sentivi sicuro tra quelle mura e spesso trovavi in classe una rispondenza
emotiva più fervida che altrove.
Mie care
maestre. anche se non siete più tra noi, voglio esprimere il mio grazie per
quello che mi avete donato, per la forza e la voglia di conoscenza che mi avete
inculcato, per la determinazione con cui oggi non fermo il mio sguardo davanti
a nessun orizzonte.
Grazie
Giuseppina, grazie Marialuisa e grazie Lucia!
Maria Tintolunedì 18 luglio 2016
CHI SONO GLI UOMINI CHE HANNO PAURA DELLE DONNE
CHI SONO GLI UOMINI CHE HANNO PAURA DELLE DONNE
“Non
si faceva mettere i piedi in testa”, “ Era una donna forte e di temperamento”, “Era
una persona di carattere”, “ Una donna decisa”, “Una donna forte”, “Se aveva
qualcosa da dire non se la teneva”…
Così
viene descritta la donna uccisa a martellate dal marito la mattina di due
giorni fa.
Un articolo
di poche battute, quasi tutte a sottolineare il carattere della donna, come se
essere forte e di carattere fosse il presupposto per essere ammazzata.
Una “colpa”
da espiare con la morte.
Mentre
lui, il marito che dopo averla colpita a martellate, come un animale nei più spietati
macelli del mondo, la strangola, per essere sicuro di averne eliminato il benché
minimo anelito di vita, viene descritto come “Tutto tremante” e ancora, “Disperato
e tremante”…
Un
piccolo uomo disperato e tremante, ma per cosa?... per la paura ?… e di chi o cosa se è lui il carnefice!
Un poverino
che tutto scosso va a costituirsi.
Disperato
e tremante?... Ma come si fa a descrivere un essere del genere come un poverino
disperato e tremante, quasi a volerne sottolineare la debolezza, la fragilità, di fronte al “carattere forte” della moglie
appena ammazzata a martellate, e quindi?... LO GIUSTIFICHIAMO?... Perché è
scosso e tremante?... Perché è un debole? …
Lui debole
e lei forte, lui le fracassa il cranio a martellate, per massacrare la forza di carattere di lei, ma poi ha paura…
è tremante, scosso, disperato.
Che si
fa allora ? … Si ammazzano le donne forti e di carattere’… Perché non se ne può
più della loro voce, del loro temperamento, della loro forza interiore, del loro
coraggio di vivere, della loro bravura, della loro resilienza …
Ma come
si fa a scrivere un articolo del genere mi domando, anche se non si ha
coscienza e conoscenza, lo trovo inammissibile e preoccupante.
Come
ci volete ?... femmine remissive e ubbidienti? … Che non alzano la voce quando
hanno qualcosa da dire.
Femmine
silenziose , dolci , sottomesse,
tolleranti?...
Che si
fanno mettere i piedi in testa, che sanno stare al loro posto… Ci volete puttane e sottoposte? …
Stupide
quando vi serve ? …
Corpi
da utilizzare ?...
Come
ci volete? … Leggere e divertenti, disinibite e sgualdrine?... O sguattere e devote?...
Una donna
può essere tutto questo, una donna può avere mille volti ed è questo che a voi
fa paura.
I volti
delle donne fanno paura agli uomini che non accettano il loro limite.
L’articolo
non mi è piaciuto per niente, perché le parole hanno un potere immenso, e chi
scrive questo lo sa bene.
Questo
tipo di comunicazione la detesto, è il
modo di scrivere che dà giudizi , che orienta, che emette sentenze, che fa
processi, che assolve e condanna prima delle aule dei tribunali.
Lo sanno
bene i colleghi giornalisti maschi che scrivono del femminicidio come di un
qualsiasi omicidio, senza tener conto della matrice culturale e discriminante
che connota questi delitti.
Il femminicidio è un crimine
contro l’umanità, un genocidio di genere e dovrebbe essere trattato
come tale.
Gli uomini
hanno paura di noi donne e per questo non dobbiamo né possiamo permettere che
questo scempio continui ad eliminarci sommessamente.
C’è bisogno
di una rifondazione della relazione di coppia.
Di un
nuovo modo di stare nella coppia.
Non basta
aver raggiunto posizioni sociali, un tempo appannaggio degli uomini, per aver
uguale posto a tavola, abbiamo bisogno di crederci prima noi di non essere
seconde all’uomo che ci sta accanto.
Se la
società non fa abbastanza per proteggerci, dobbiamo imparare a fare da sole,
innanzitutto rispettando le donne, noi stesse, non lasciarci mai sole e
allontanando gli uomini che non ci meritano.
Chi è
quest’uomo che si è sentito schiacciato dalla personalità di sua moglie al
punto da eliminarla a martellate?...
“Non
posso competere con te e quindi ti ammazzo!”.
Sarà
stato questo il suo pensiero prima di sferrarle il primo colpo sul cranio?...
Maturava
da tempo di “eliminarla” dalla sua vita e da quella del mondo?...
Un
uomo professionalmente in crisi?...
Un
uomo impotente di fronte alle avversità della vita?...
A me
non interessa chi è quest’uomo o cosa pensasse un minuto prima di massacrare
sua moglie, mi interessa solo il fatto che un’altra donna è stata assassinata
da un uomo, un uomo che ancora una volta si è arrogato il diritto di cancellare
una vita umana, la vita di una donna, in nome dell’arroganza e della prepotenza
che contraddistingue il genere maschile.
Maria
Tinto
martedì 31 maggio 2016
Perché
non ho denunciato?... Perché lui era il padre dei miei figli , cosa avrebbero
pensato della loro madre?...
E poi
c’era la paura, la paura che potesse uccidermi.
Per anni ho subito le sue
mortificazioni, denigrazioni in pubblico, umiliazioni in presenza dei miei
figli.
Sentivo che non potevo sopportarlo, ma
non potevo né lasciarlo né denunciarlo.
Avevo troppa paura di tutto.
Di lui,
del giudizio dei miei figli, di quello dei parenti …Non era facile uscirne perché la vergogna mi pervadeva.
Inizialmente,
quando ha cominciato a mostrare i primi segni di squilibrio pensavo che era un momento, che poi
tutto si sarebbe sistemato… ma poi quel momento è durato dieci anni…
Dieci
lunghi anni di vessazioni, che mi hanno resa insicura, debole, disorientata.Lui, un narcisista, di quelli che ti tolgono l'aria e ti vogliono entrare nella mente per carpirne i desideri.
Capace di grandi slanci e di altrettanta violenza.
Non ero
più certa di sapere chi ero, né cosa volevo veramente, ma soprattutto ho
cominciato a pensare di meritarmi tutto quel dolore.
Avevo amato tanto quell'uomo, per lui fatto cose importanti, perchè mi faceva tutto questo?...dov'era tutto quell'amore che diceva di provare per me?...
Cos'ero io per lui adesso?... una pedina sulla sua scacchiera perversa ?...
Come
avevo fatto a scegliere un uomo che mi dava tanto dolore?... Ma l’avevo
scelto io, e quindi dovevo pagare per l’errore che avevo fatto.Ma i miei figli no, loro non dovevano subire quello che stavo subendo io.
L’ho capito tardi, quando i danni erano già fatti.
Una sera,
dopo l’ennesima aggressione da parte sua, sempre per futili motivi, sono uscita
sul balcone ed ho pensato di farla finita… ho guardato giù… sarebbe bastato un
attimo per mettere fine alla mia disperazione…
Qualcosa
mi ha trattenuta, non so ancora oggi cosa sia stato… non ricordo, ero troppo
disperata…
Voglio
pensare che fosse il pensiero dei miei figli… voglio pensare che fosse l’amore
per la vita… voglio pensare che fosse quella briciola di forza che mi diceva di
non mollare…
Il giorno
dopo ero fuori.Fuori dall’inferno.
Non mi importava più del giudizio di nessuno.
Con me avevo la mia vita e mi bastava,
null’altro per riprendermi la mia storia, il mio tempo.
Avevo
attraversato le fiamme dell’inferno e ne ero uscita, adesso c’era solo da
andare avanti.
Nulla poteva farmi più paura.
Ho preso
i miei figli e insieme ci siamo avviati verso la vita, quella vera, senza
catene.Ancora oggi guardo il cielo e sento ...
una grande pace nel cuore...
e mi sento ...
come quel gabbiano
che volteggiando nell'aria
si inebria del tepore
che promana dalle sue piume.
Maria
Tinto
Psicologa Clinica - Consulente Sessuale
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